Sull’isoletta del G20

Non è la prima volta che la compagine dei volenterosi per una guerra (giusta) è sparuta e sbeffeggiata, ma fa più effetto se a guidarla c’è un presidente americano, preventivamente insignito del Nobel per la Pace, che ha fatto del dialogo, del multilateralismo, della legalità internazionale gli elementi portanti della sua vacillante politica estera. Barack Obama è rimasto solo nella difesa della guerra contro il regime siriano di Bashar el Assad, martedì ci sarà il canonico discorsone sulla questione, ma anche se riuscisse a ottenere un voto positivo al Congresso mancherà all’intervento la legittimazione internazionale che i legalisti della guerra (compreso lui) considerano imprescindibile. Undici paesi “sostengono gli sforzi americani” – compresa l’Italia – ma vogliono comunque che siano le Nazioni Unite a dare il consenso.
19 AGO 20
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Non è la prima volta che la compagine dei volenterosi per una guerra (giusta) è sparuta e sbeffeggiata, ma fa più effetto se a guidarla c’è un presidente americano, preventivamente insignito del Nobel per la Pace, che ha fatto del dialogo, del multilateralismo, della legalità internazionale gli elementi portanti della sua vacillante politica estera. Barack Obama è rimasto solo nella difesa della guerra contro il regime siriano di Bashar el Assad, martedì ci sarà il canonico discorsone sulla questione, ma anche se riuscisse a ottenere un voto positivo al Congresso mancherà all’intervento la legittimazione internazionale che i legalisti della guerra (compreso lui) considerano imprescindibile. Undici paesi “sostengono gli sforzi americani” – compresa l’Italia – ma vogliono comunque che siano le Nazioni Unite a dare il consenso.
Al G20 di San Pietroburgo s’è consumata una “guerra di posizione”, come l’ha definita con il suo solito guizzo geniale Libération, che ha determinato un isolamento progressivo dell’America interventista. Non c’è soltanto il padrone di casa, quel Vladimir Putin che ha sempre detto che una guerra contro Assad non è giusta (e soprattutto non gli conviene), che ieri ha incontrato Obama (una conversazione informale, l’incontro ufficiale era stato cancellato), ma ha dichiarato che in caso di attacco alla Siria andrà in aiuto “umanitario” a Bashar el Assad. C’è anche e soprattutto Angela Merkel. La cancelliera di Berlino in campagna elettorale non ha intenzione di indispettire l’opinione pubblica tedesca a pochi giorni dal voto e ha portato l’Europa sulla sua posizione, che è quella di Putin e della maggioranza delle nazioni coinvolte: ci vuole un mandato dell’Onu o della Nato o dell’Unione europea. Un colpo a Obama, ma soprattutto a François Hollande, presidente francese costretto all’attendismo, ora nella posizione in assoluto più assurda: ha prove schiaccianti sull’utilizzo delle armi chimiche; ha annunciato di voler “frapper” Damasco con urgenza; s’è rifiutato di chiedere un voto vincolante all’Assemblea nazionale; ma da solo – senza gli americani, almeno – non può fare nulla, e grazie a Merkel ora è il guerrafondaio dell’Europa contestato dal 64 per cento dei francesi. Roger Cohen, commentatore del New York Times a Berlino per le elezioni, sottolinea il silenzio tedesco sull’affare siriano: “La Germania è la nazione più popolare del mondo, secondo la rilevazione del Bbc World Service, che non è male per il paese che forse più si è martoriato sulla sua immagine pubblica. Ma la Germania è anche un enigma, uno stato potentissimo diffidente nei confronti del potere, un leader senza vitalità”. Per noi europei che da anni subiamo, con alterno entusiasmo, la “rule” tedesco-merkeliana, la riluttanza appare sfocata, e ancora una volta si fa, in Europa, come dice la cancelliera.
Il segretario di stato americano, John Kerry, ha tenuto ieri un incontro informale con i ministri degli Esteri europei a Vilnius, con l’obiettivo di portare a casa qualche appoggio diplomatico dai paesi dell’Europa dell’est (quegli stessi paesi che l’Amministrazione Obama ha ignorato per anni) e vedrà nei prossimi giorni il collega russo, Sergei Lavrov. Ma per ora la linea Putin-Merkel (con la Cina) prevale, in tutta la sua sfrontatezza sintetizzata dalla definizione del Regno Unito fornita da un portavoce del Cremlino: “A small island”, un’isoletta. La smentita non s’è fatta attendere, ma il ceffone è arrivato secco sul volto di David Cameron, il premier inglese che è a favore dell’intervento in Siria ma è inabile a qualsiasi azione visto che il suo Parlamento gli ha votato contro. Ma se una “small island” c’è, è quella su cui sta Obama: sono tutti convinti che Assad abbia usato armi chimiche e che vada fermato, ma non c’è consenso sull’azione americana. Obama conta sull’appoggio degli australiani disposti a mandare sostegno militare (anche se oggi si vota a Canberra), dei canadesi che manderebbero soltanto aiuti logistici, dei francesi pronti a tutto, dei turchi che, vivendo a un passo dalla guerra civile siriana, si lamentano del “light strike” americano, e dei sauditi. Che è come dire: tanto multilateralismo per nulla.